Grigne

Le Grigne le ho imparate da piccolo quando comparivano come una magia dietro ai palazzi del quartiere gallaratese nelle giornate limpide di tramontana. Due piramidi bianco grigie perfette come solo i bambini sanno rendere perfette ed essenziali le forme quando le devono disegnare. Comparivano e scomparivano come lo sfondo di un palcoscenico a significare, col loro diverso manifestarsi, il passare delle stagioni. Diversamente erano inghiottite dallo smog o dalla foschia e dietro al quartiere, per quel che riguardava la mia fantasia poteva esserci anche il mare.

Hanno ammaliato generazioni di alpinisti che si sono persi tra le loro rughe accarezzandole e abbracciandole. Hanno accolto nel loro silenzio tanti destini. Hanno accolto anche me, anche noi in una giocosa giornata d’autunno. Prima di ogni escursione, la sera prima mi assale sempre una innata frenesia come la vigilia del Natale. E ogni volta è come sedersi affamati alla tavola imbandita a praticare gli stessi rituali che conducono alla sazietà. Stringhe ben strette, zaini che si gonfiano, cose che immancabilmente mancano quando servono, cose superflue, che appesantiscono, ma che “non si sa mai potrebbero venire utili”. E poi lo spaccio di alimentari: “io prendo il cioccolato, io pane e salame, io le bevande”. Si infila tutto l’eccessivo nello zaino che lievita come una torta nel forno. E poi si parte col fiato corto per l’emozione, come bambini che, la lingua appena fra i denti, cercano di disegnare la montagna più bella. Eh certo che la Grigna è una bella salita: perché intorno non c’è nulla, non ci sono distrazioni, c’è solo lei con le sue guglie, i suoi pinnacoli e ciò che le stà intorno che è praticamente tutto il resto dell’arco alpino visibile in una giornata resa tersa dal vento. Ci si diverte a ripassare la geografia: “questo è l’ Alben, quello l’Arera, guarda: il Disgrazia, quello il Rosa” fino poi a scovare i pezzi più rari come il pizzo di Prata o il Cervino. Si sale sul sentiero che non è unico ma si attorciglia infinite volte su se stesso come se fosse un nastro di Moebius come l’elica del DNA e più si sale e più si ha la sensazione, sgradevolmente acuita dalla fatica fisica, che si stia percorrendo sempre il braccio più impervio e scosceso. E’ bello poi incontrare altri che salgono e convincerli che non si può più tornare indietro che bisogna avere bene in testa la meta, la vetta e che il tempo non conta, non deve contare, almeno per un giorno. Arriviamo in cima dopo numerose stazioni di sosta per provare la sensazione del null’altro oltre a dove sei. In cima fai pochi metri e percorri spazi giganteschi e basta che ti sposti di poco e idealmente puoi scendere a valle in regioni diverse e lontane. Un punto che accomuna: lì si arriva da strade diverse e da lì si possono percorrere strade diverse.

Ci si stringe la mano, pacche sulla spalla e un semplice pasto bagnato da un buon rosso di corpo delle terre pugliesi. La semplice bellezza della delizia eucaristica e contadina del pane e del vino, la dolcezza e la freschezza della frutta, la golosità del cioccolato. Si parla con gli altri come se si stesse in un mondo senza barriere mentre si guarda il mondo e si immagina il mare dietro agli appennini. C’è anche chi è salito arrampicandosi sui propri anni di esperienza e a dispetto della salute. E c’è chi è salito senza essere mai salito perché è sempre presente anche senza essere presente.

C’è di tutto sulla vetta: un pazzoide caos primordiale fatto di allegria, stupore, energia, gioia, fatica, sudore, gambe molli, fiatone. Ma che importa, che importa della stanchezza. Nulla importa più. Da là originano tutte le strade percorribili e là portano tutte le strade percorribili.

Il disegno è compiuto. Lo sapevo che ancora una volta avrei raffigurato la montagna fatta a piramide. Ma la memoria è breve e l’aria della pianura ha già sconfitto la purezza cristallina dello spazio aereo. Per quel che mi riguarda dietro al Gallaratese potrebbe starci anche il mare. Restano le cose essenziali. Come nei disegni dei bambini.

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